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Intervista a Massimo Bonetti: l’arte di donare sé stessi ai personaggi


Massimo Bonetti è uno di quegli interpreti che hanno attraversato il cinema italiano con una presenza silenziosa ma inconfondibile, costruita sulla verità, sull’ascolto e su una dedizione totale al mestiere. Attore di teatro, cinema e televisione, allievo e collaboratore di alcuni tra i più grandi maestri del nostro Paese, Bonetti ha fatto della sincerità interpretativa la sua cifra distintiva: non “porta qualcosa” nei personaggi, ma li attraversa donando loro tutto sé stesso, pensieri, stati d’animo, modo di guardare il mondo. In questa conversazione ripercorre il suo metodo di lavoro, gli incontri che gli hanno cambiato la vita – dai fratelli Taviani a Strehler – l’esperienza dietro la macchina da presa e il rapporto con un tempo che, per lui, non è mai un avversario, ma un compagno di viaggio.


Quanto di lei porta nei personaggi che interpreta e come costruisce la sua verità scenica?

Allora, nei personaggi che io interpreto non c'è una parte di me, addirittura c'è tutto me, perché i grandi maestri mi hanno sempre insegnato che per ottenere importanti risultati nell'interpretazione bisogna assolutamente evitare qualsiasi tipo di atteggiamento e cercare quel personaggio che va bene nella storia drammaturgicamente attraverso movenze o iniziative fisiche insomma, bisogna donare soltanto il pensiero, lo stato d'animo, poi la fisicità viene stabilita dal fatto che comunque è stato il regista a scegliere quell'attore, in questo caso me, e si vede che vedeva in me le caratteristiche giuste per interpretare l'eventuale personaggio, quindi io dono me stesso a tutti i personaggi, regalando loro i miei stati d'animo e il mio modo di pensare.


Quando lavora su un personaggio, quanto spazio lascia alle sue iniziative rispetto al copione e alle indicazioni del regista?

Sì, quando io interpreto i personaggi metto anche del mio, sempre d'accordo però col regista, se il regista è d'accordo io prendo delle iniziative, non mi attengo soltanto a quello che c'è scritto sul copione.

Può parlarci del suo incontro con i fratelli Taviani?

Con i fratelli Taviani? Magnifico! Allora, avevo fatto “La Tempesta di Strehler” dove facevo Ferdinando, il figlio del Re, in scena al Piccolo Teatro di Milano, con questo spettacolo, ho avuto la fortuna di recitare in teatri importanti come L'Odeon di Parigi, poi Los Angeles, New York, Roma al Teatro Valle, Firenze, La Pergola e ho avuto la fortuna di recitare con attori straordinari come Tino Carraro, Giulia Lazzarini, Michele Placido. È stato addirittura il debutto in teatro per me, quindi totalmente anomalo. I fratelli Taviani subito dopo mi hanno chiamato per “La Notte di San Lorenzo”, complimentandosi con me per l'interpretazione che ho sostenuto ne “La Tempesta”.

È stato un incontro piacevolissimo, tanto è che da quel giorno, da quando ci fu questo incontro, mi affidarono il ruolo di Nicola ne “La Notte di San Lorenzo”, subito dopo ho fatto anche altri due film con loro come Kaos, basato sulle Novelle di Pirandello, e in seguito “Il Sole anche di Notte” con Nastassja Kinski, Julian Sands che purtroppo non c'è più. C’è stato sempre un rapporto cordiale, di simpatia, di stima, c'era un grande affetto tra noi.

Cosa ci racconta della sua esperienza da regista, come si è avvicinato a questo mondo?


Allora, dietro alla macchina da presa, io spero di tornarci ancora, sinceramente, mi sono divertito molto. Io ho avuto una piccola esperienza in un corto che si chiama “La Divisa”, un corto di 15 minuti per vedere un po' cosa riuscivo a combinare. Dopodiché sono passato al lungometraggio con “La Settima Onda", che è un film tengo nel mio cuore, lo conservo nel mio cuore perché secondo me, una “chicchetta” di quelle da cinema del sé, perché io ho voluto raccontare la storia di un pescatore che conduceva una vita precaria giù nel sud dell'Italia, a Castellaneta, il paese di Valentino, il grande Valentino.

Ho voluto raccontare questa storia di questo pescatore attraverso un attore meraviglioso che è Francesco Montanari, nel ruolo del protagonista. A lui sono riuscito ad affiancare Valeria Solarino, Alessandro Haber, Toni Sperandeo, Imma Piro, un sacco di attori veramente, Donatella Pompadour, insomma, tanti tanti attori che mi hanno dato un'enorme soddisfazione. Perché, chiaramente, essendo un'opera prima ed essendo un film indipendente, c'erano pochi soldi, ma a loro non è importato nulla, loro hanno voluto assolutamente fare il film perché erano entusiasti della sceneggiatura e a tutti i loro piacque molto il racconto.

Quindi è un film che io tengo molto a cuore. Purtroppo la distribuzione non è stata all'altezza perché è uscito soltanto in 18 sale in Italia. Un film di nicchia, addirittura, l'hanno fatto uscire nelle multisale a fianco ai colossi americani, allo stesso prezzo, si può immaginare, con 7,00 euro i ragazzi potevano andare a vedere “007”, oppure con 7,00 euro “La Settima Onda”, è chiaro che andavano a vedere “007”. Detto questo, resterà nel mio cuore per tutta la vita.

Ogni volta che ho interpretato dei ruoli, soprattutto perché avevo la fortuna di lavorare con maestri come Pupi Avati, ì fratelli Taviani, Massimo Troisi, Franco Giraldi, c'erano un'infinità di maestri che ho avuto la fortuna di incontrare, non rimanevo passivo sul set io ero attento alla loro regia, ero attento alle loro soluzioni e questo ha fatto sì che poi mi trovassi bene quando ho diretto “La Settima Onda”.

Guardando oggi la sua carriera, cosa sente di aver imparato sul tempo? È un alleato, un giudice, un compagno di viaggio?

Il tempo è un compagno di viaggio, non bisogna abbattersi nella carriera d'attore, non bisogna entusiasmarsi troppo, perché comunque si ha a che fare con un sistema in Italia purtroppo malato, un sistema condizionato dalla politica, un sistema condizionato dalle simpatie e dalle raccomandazioni, quindi bisogna essere consapevoli di tutto questo per andare avanti con serenità e quando si ha la possibilità di recitare, di avere la possibilità di lavorare è quello il momento in cui bisogna far valere le proprie capacità e insomma farsi valere laddove c'è talento viene fuori indipendentemente dalle scelte che vengono dopo, perché comunque esiste sempre e perennemente il compromesso, ribadisco la parte politica, i raccomandati e tutto il resto. Non è una mia convinzione, è una cosa talmente palese che è facile denunciarla.

C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?

Aggiungo semplicemente che comunque la mia vita la sto passando in maniera felice, dò il giusto spazio alle cose belle, il giusto spazio alle cose purtroppo brutte, agli eventi che ti portano malinconia e tutte queste cose qua, ma comunque nella mia vita se c'è un fiore che io devo mettere in evidenza è mia figlia Lucia, che mi ha dato questa immensa unica gioia di sentirmi padre all'età di 62 anni, mia figlia adesso ha 12 anni ed è il mio cuore, non è che sta nel mio cuore, è lei il mio cuore, è lei che batte dietro di me. Questa è la cosa più bella che la mia vita mi ha donato.


In questa intervista emerge un artista che ha vissuto il cinema con rispetto, curiosità e gratitudine, senza mai perdere la capacità di osservare, imparare e mettersi in gioco. Oggi Bonetti guarda alla sua carriera con lucidità e serenità, consapevole delle difficoltà del sistema ma anche della forza del talento quando trova il suo spazio. E, al di là dei set, dei maestri e dei ruoli, c’è un punto fermo che illumina tutto il resto: l’amore per sua figlia Lucia, “il cuore che batte dietro di me”, come lui stesso racconta. Un’immagine semplice e potentissima, che restituisce l’essenza di un uomo prima ancora che di un attore.


Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa
Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita
Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP
Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa



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