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Paraocchi di Stato: Marsico e la normalità che non dovrebbe esserlo

Antonio Marsico non parla: esplode. Il suo sfogo è la radiografia impietosa di un Paese che, secondo lui, ha smarrito la bussola e continua a fingere di sapere dove sta andando. Una recita collettiva in cui tutti fanno finta di capire, mentre pochi, pochissimi, sembrano davvero avere idea di cosa significhi guidare, decidere, costruire.

Marsico osserva il panorama attuale e non può fare a meno di notare come, ai piani alti, si sia diffusa una nuova filosofia: l’importante è esserci, non saperci fare. Figure che dovrebbero incarnare competenza e visione sembrano invece impegnate in un eterno corso di improvvisazione, dove la teoria è un optional e la pratica un fastidio. “C’è chi comanda come se stesse leggendo le istruzioni di un mobile complicato… ma senza aver aperto la scatola”, ironizza.

Il mondo del lavoro, nella sua analisi, non è messo meglio. La professionalità è diventata un ricordo da museo, la cura un lusso, la qualità un capriccio. Oggi si corre, si taglia, si risparmia, si produce: tutto purché sia veloce, purché costi poco, purché renda subito. “Fare bene richiede tempo, e il tempo costa. Quindi meglio fare così così: tanto nessuno protesta”, commenta con un sarcasmo che brucia.

E la scuola? Per Marsico, è il simbolo perfetto del declino: programmi alleggeriti, aspettative ridotte, standard che scendono come se fosse un favore. “Si promuove tutto, tranne la capacità di pensare”. Una generazione che cresce convinta che basti provarci, mentre nessuno spiega più come si costruisce davvero una competenza, un mestiere, una visione.

Ma ciò che lo colpisce di più non è chi guida. È chi segue. Una società che sembra aver accettato tutto: stipendi che non bastano, servizi che non funzionano, decisioni prese da chi vive in un’altra dimensione. “È come se ci avessero convinti che lamentarsi è maleducazione e pretendere è un vizio”, afferma. E così si tira avanti, con i paraocchi ben stretti, come se fosse normale non arrivare a fine mese, normale rinunciare, normale sopportare.

Da questa frustrazione nasce il suo sogno più ambizioso: realizzare un film che metta a confronto gli anni ’70-80 con oggi, per mostrare alle nuove generazioni quanto sia cambiata l’economia, l’approccio al lavoro e quanto, secondo lui, il cambiamento sia stato devastante. Non un film nostalgico, ma uno specchio crudele: due epoche una di fronte all’altra, senza filtri, senza sconti.

Marsico vuole raccontare un tempo in cui chi guidava sapeva almeno dove mettere le mani, e chi lavorava aveva l’orgoglio di farlo bene. Un tempo in cui la normalità non era sopravvivere, ma vivere.

Il suo sfogo è un pugno sul tavolo, un grido sarcastico ma lucidissimo. E lascia una domanda che pesa più di qualsiasi accusa diretta: quando abbiamo deciso che accontentarci era sufficiente?



Articolo: Dott.ssa Mietto Elisa
Dirigente del servizio: Dott. Salvo De Vita
Supervisore e Resp. Pubblicazione: Ufficio Stampa e Produzioni MP
Distribuzione: Urban Dream di Mietto Elisa


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